Entrare in una via commerciale e trovare tre saracinesche abbassate di fila fa un certo effetto. All’inizio pensi a una coincidenza, poi ti accorgi che sta succedendo ovunque, nei centri storici come nelle periferie. E la “verità che nessuno dice”, in realtà, è semplice e un po’ scomoda: non è solo una crisi, è una trasformazione strutturale che sta cambiando chi può permettersi di stare sul mercato e chi no.
I numeri che raccontano il cambiamento (senza giri di parole)
Tra il 2011 e il 2025 in Italia sono scomparsi oltre 103mila negozi. Non è una flessione fisiologica, è una riorganizzazione del commercio al dettaglio che lascia segni visibili nel tessuto urbano.
Nel settore moda il dato è ancora più duro: nel 2024 hanno chiuso 6.459 negozi, circa 18 al giorno. E quando un comparto così simbolico arretra, di solito vuol dire che sta cambiando il modo stesso in cui le persone scelgono, confrontano, acquistano.
La “crisi” non è solo meno negozi: è più spazio, ma meno botteghe
Qui arriva la parte che spesso passa sotto traccia. Il commercio fisico non si sta semplicemente spegnendo, si sta concentrando.
La superficie commerciale complessiva è aumentata (circa +7,4%), e i punti vendita medi sono diventati più grandi, passando da circa 117 a 144,5 metri quadrati. Tradotto in immagini quotidiane: meno negozietti specializzati e più spazi medi, più standardizzati, capaci di reggere costi fissi e logiche di scala.
E questa non è solo una scelta estetica o di arredo, è una strategia di sopravvivenza.
Perché le famiglie comprano diversamente
Il primo motore della crisi è la domanda interna. Negli ultimi cinque anni la spesa delle famiglie per abbigliamento e accessori si è ridotta di quasi 4 miliardi di euro.
Anche quando l’inflazione rientra, l’abitudine resta: si compra con più prudenza, si rimanda, si confrontano prezzi e alternative. Perfino i saldi, che una volta erano una specie di rito, oggi vengono affrontati con una cautela molto più razionale.
In pratica, il negozio fisico non compete solo con altri negozi, compete con un nuovo modo di pianificare la spesa.
L’online non è “il cattivo”, ma cambia le regole
Circa 10 miliardi di consumi si sono spostati verso la grande distribuzione e verso l’online, che oggi vale circa il 13,7% dei consumi totali. Il punto non è demonizzare l’e-commerce, perché spesso è comodo, veloce e persino necessario. Il punto è che introduce tre vantaggi difficili da replicare per un piccolo esercizio:
- Assortimento enorme (anche di nicchia)
- Prezzi più comparabili e spesso più aggressivi
- Acquisto “senza orari”, che rende ogni limitazione oraria un potenziale svantaggio competitivo
Se poi si discute di possibili chiusure domenicali dei negozi fisici, il rischio è che una fetta ulteriore di domanda scivoli ancora più facilmente verso il digitale.
La ferita meno visibile: la manifattura che scricchiola
C’è un’altra parte della storia, più silenziosa ma decisiva: la filiera produttiva. Nei primi tre quadrimestri del 2024 hanno chiuso oltre duemila aziende tra abbigliamento, tessile e pelletteria. Se la manifattura si indebolisce, anche il retail perde differenziazione, identità, capacità di raccontare prodotto e qualità.
E intanto le importazioni continuano a pesare: nei primi sei mesi del 2025 hanno raggiunto 5,3 miliardi di euro, con una quota importante riconducibile alla Cina (circa 18,4%). Questo spinge il mercato verso una competizione di prezzo sempre più dura.
Le vere vittime: i piccoli indipendenti (e i quartieri)
La parte più amara è questa: a pagare il conto sono soprattutto i piccoli negozi indipendenti. Non solo perché hanno meno margine e meno potere contrattuale, ma perché fanno qualcosa che non entra in un foglio Excel: creano prossimità, fiducia, relazione.
Quando chiude un negozio di quartiere, non sparisce solo un registratore di cassa. Si spegne un presidio che:
- rende viva una strada
- sostiene micro occupazione locale
- aiuta anziani e famiglie con servizi “informali” ma reali (consigli, cambi, riparazioni, ordine su richiesta)
Cosa può succedere nel 2026 (e come prepararsi)
Le previsioni più ottimistiche indicano un possibile ritorno alla crescita dei settori made in Italy (circa +1,7% nel 2026), trainati da export, sostenibilità e innovazione. Nel frattempo sono arrivati anche interventi pubblici, come lo stanziamento di 250 milioni per le aziende della moda.
Si valuta inoltre una tassa fissa sulle importazioni sotto i 150 euro, per gestire meglio il flusso di merci a basso prezzo veicolato anche da grandi piattaforme internazionali.
La verità, quindi, è che i negozi non stanno chiudendo “per caso”. Stanno chiudendo perché il retail sta cambiando pelle. E la domanda decisiva, oggi, è una sola: chi riuscirà a trasformarsi senza perdere la propria anima di servizio e di comunità?




